16 Giu

Via col vintage

Per sempre tuo, Cyrano.

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La scorsa settimana ho assistito ad uno spettacolo teatrale, uno di quei tipici saggi di fine anno che, in questo periodo, invadono teatri, aule magne, sale eufoniche e che obbligano nonni, zii, cugini a trascinarsi ad assistere a performance più o meno sopportabili.

In realtà lo spettacolo non è stato tanto male. Ho visto decisamente di peggio.
Era particolare, una storia raccontata con leggerezza liceale.

I protagonisti erano ragazzi che interpretavano personaggi di libri, film, cartoni animati, estrapolati dalle loro storie d’origine che venivano catapultati in un luogo non luogo tutti insieme, per poi capire che solo l’amore che caratterizzava le loro storie d’origine poteva aiutarli a tornare da dove erano venuti.

Sole cuore amore bla bla bla.

Ma in mezzo a questa storia confusa alla Moccia, un personaggio ha catturato la mia attenzione. Cyrano.

Il ragazzo che lo interpretava non era un granchè e non ha citato neanche una delle splendide parole che pronuncia il cadetto di Guascogna nel libro di Rostand.

Ma Cyrano è Cyrano, e anche se una scimmia lo impersonasse, probabilmente mi innamorerei anche di lei. Ho un debole smisurato per quel personaggio. Lo sposerei all’istante, se solo esistesse nella realtà.

Uno dei miei professori di italiano del liceo, ci aveva fatto vedere alla tv una rappresentazione teatrale. Mi ricordo ancora il momento. Minuscola stanzetta, televisione del dopoguerra, registratore di videocassette. Io disillusa e un po’ rassegnata, non molto interessata a quello che avremmo visto perché mancante di fiducia nei confronti del professore (non è che mi piacesse molto). E invece la storia mi ha coinvolto sempre di più, mi ha appassionato, mi ha emozionato, mi sono lasciata trasportare dall’ironia e dalla falsa sicurezza ostentata da Cyrano, che, in realtà, nascondeva una grande fragilità, un disagio incontrollato e un cuore puro, votato all’amore di Rossana. Bloccato dal raccontarle i suoi sentimenti a causa del suo aspetto fisico, per il suo enorme naso che lo rendeva oggetto di scherno e occhiate di curiosità, piuttosto che non amarla, preferisce amarla per mezzo di Cristiano.

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Sarà per Cyrano e la sua storia che, da quel momento, ho sempre avuto un debole per i nasi particolarmente importanti.

Ho comprato il libro, l’ho divorato, vissuto, consumato.

Sono andata a vedere lo spettacolo a teatro, in italiano e in francese,  pur non conoscendo la lingua. E ogni volta mi sono presa una cotta stratosferica per Cyrano, chiunque ci fosse sotto quella maschera.

Perché è proprio dalla maschera che sono rapita e stregata.

Uno dei più grandi cantautori italiani gli ha dedicato una canzone, Francesco Guccini, proprio un paio di giorni fa ha spento 75 candeline. Sui suoi profili social, il giorno del suo compleanno scrive “Il futuro non sappiamo mai che cosa sarà. Noi viviamo nel presente con un occhio rivolto al passato, perché il presente è un momento che si aggiorna continuamente e quindi ci voltiamo sempre indietro. Io mi volto sempre indietro. Mi volto indietro per vedere che cos’ero e cosa sono stato. Il futuro è ignoto. Il futuro è nel grembo di Giove come dicevano gli antichi.”

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Il Maestrone di Pavana, città dov’è cresciuto, è stato tante cose nella sua vita.

Diplomato al liceo magistrale, si iscrive alla facoltà di lettere. Sostiene tutti gli esami ma non si laureerà mai. Per due anni fa il cronista per la Gazzetta di Modena e per vent’anni insegna lingua italiana al Dickinson College, scuola off-campus, con sede a Bologna, dell’Università della Pennsylvania. All’età di vent’anni comincia a scrivere e a comporre canzoni, oggi “vanta” ben 22 album. Si autodefinisce, in un verso di Samantha, un “burattinaio di parole”.

Tra le sue canzoni-poesie è assolutamente d’obbligo menzionare: La locomotiva (Umberto Eco, a riguardo, dice: “Tenetevelo stretto uno come Guccini, perché una ballata di tredici strofe su una locomotiva non c’è nessuno al mondo che possa scriverla”), Canzone per un’amica, La canzone del bambino nel vento, E un giorno, L’avvelenata, Autunno.

Scrive per i Nomadi Dio è morto, censurata dalla Rai ma poi trasmessa da Radio Vaticana.

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Nel 2013 annuncia l’addio alla musica. Dice: «Io non canto più, non suono più ma soprattutto non ascolto più musica. Ho avuto un overdose. Ogni tanto, in automobile, mia moglie accende la radio e io la prego subito di spegnere. Troppo rap, abbiate pietà. Non ce la faccio proprio. A volte ne sento qualcosa, per sbaglio, e mi dico: ma questo che cavolo canta? Ora gli unici che hanno un po’ di successo sono i rapper. Come sappiamo, il rap è una cosa italianissima. Adesso pullulano i rapper, dilagano. Io, ogni tanto, e questo è buffo, riesco ad ascoltare il Rock and Roll di una volta, quello di Little Richard, di Elvis Presley, di Jerry Lee Lewis. Quando sento questa musica saltello ancora come un coglione. Ho ascoltato un po’ di tango per qualche di tempo, ma poi anche quella fase è passata».

E agli appassionati ed ai critici che non riescono ad accettare questa decisione, Guccini risponde: “Non le prendo mai in mano, vorrà dire qualcosa? Gli ultimi tempi mi veniva male anche ai polpastrelli. Non riesco più a suonare, nemmeno dopo la bevuta con gli amici. Ma questo non vuol dire che non faccia più niente. Continuo a fare altre cose. Non penso mai durante il giorno alla musica, a comporre, a suonare la chitarra. Mai”.

Afferma poi: “Ho perso anche il callo del suonatore. Serve allenamento. A 75 anni ho bisogno anche di andarmene al fiume in santa pace. O scrivere (con carta e penna), che poi è quello che ho sempre fatto”.

Oltre alla sua carriera da cantautore, Guccini ha recitato per Paolo Pietrangeli, Luciano Ligabue e Leonardo Pieraccioni.

Da scrittore, ha pubblicato una trilogia autobiografica, fumetti, una serie noir incentrata sul personaggio del maresciallo Sanvito, creato con il giallista Loriano Machiavelli, saggi e romanzi.

«Non sono libri facili, i romanzi di Guccini, anche se, naturalmente, essendo libri profondamente legati al suo modo di raccontare, al suo mondo poetico, anche di primo acchito sono pur sempre libri appassionanti non solo perché imprevedibili nelle soluzioni linguistiche e stilistiche, ma più ancora perché questi romanzi sono profondamente legati tematicamente al nostro passato prossimo di ex contadini e miserabili neo-urbani, legati dunque al tempo antico, e in qualche modo fiabesco, dei nostri genitori e più ancora dei nostri nonni…» P. Janchia

Prossimo libro sul comodino: Nuovo dizionario delle cose perdute.

Tanti auguri Maestrone.