28 Gen

Parole, Parole, Parole

La luna di maggio

luna

È ormai quasi sera. Una dolce e quieta sera di fine maggio. L’aria da qualche giorno si è fatta più tiepida e gli alberi che ombreggiano il cortile sottostante il grande fabbricato dell’ospedale sono già rigogliosi e carichi di gemme.

Dentro, in una camera in penombra e silenziosa, è disteso sotto le coperte bianche un uomo smagrito e ormai sfinito da una malattia dal suono terribile: tumore.  Da tre mesi giace in quel letto tentando, almeno agli inizi, di lottare per sopravvivere e poi, via via che i giorni passavano lenti, anche la speranza si era dileguata come nebbia spazzata dal calore del sole lentamente ma inesorabilmente.

Ormai l’uomo ha capito: la consapevolezza all’inizio ha portato dolore, disperazione e alla fine rassegnazione.

A quell’ora del giorno ormai la quiete della stanza non sarebbe stata più interrotta dall’andirivieni dei medici e degli infermieri che come ogni sera hanno   già compiuto il solito giro di flebo e cateteri.

In un angolo una donna, la moglie, pallida e dall’aria sfinita, seduta su una poltroncina di finta pelle nera messa a disposizione dall’ospedale per i parenti che sostano anche la notte.

Sembra in attesa di qualcosa che sa che deve avvenire, nonostante tutto.

L’ospedale si trova in una zona centrale della città e durante il giorno dalle finestre aperte dei reparti giungono i rumori della strada: vita che corre veloce, affannata verso chissà quali luoghi.

Il tram che sferraglia ogni volta che arriva alla fermata vicino l’ospedale, il suono acuto e allarmante delle sirene delle ambulanze che incessantemente entrano e escono dai grandi cancelli di ferro. Ma nella stanza il tempo scorre lento e monotono come ogni giorno, come sospeso.

L’angoscia dell’attesa consapevole e senza speranza ghiaccia l’aria: tutti sanno. I medici che ormai sono passati alle cure palliative, gli amici che non vengono più a trovarlo come i primi tempi. Anche i familiari ormai assistono impotenti.

Anche l’uomo attende, silenzioso.

Ormai non mangia più da giorni, il capo sempre volto verso il muro. Il muro bianco di una stanza di ospedale. Si muove con difficoltà e gli mancano le forze anche per girarsi.

Allora pensa e ricorda.

Un giorno di tanti anni prima in vacanza con la moglie e con i figli ancora piccoli al mare, in Calabria.

Durante il giorno era stato molto caldo ma al tramonto una brezza salata aveva rinfrescato l’aria. Il sole tuffandosi in mare tingeva l’acqua di argento e la superficie delle onde sembrava piombo fuso. Erano in vacanza, allegri e un po’ arrossati dal sole e passeggiavano sulla spiaggia di bianca rena fine bagnandosi un po’ i piedi allo sciacquio delle onde sul bagnasciuga. Dopo avrebbero preso il gelato in quel chioschetto lungo la strada che portava al paese.

E ripensa al giorno della laurea della figlia, felice ma stanco, molto stanco perché già la malattia serpeggiava traditrice ma ancora ignorata dentro di lui. Per un po’ la stanchezza gli impedisce di pensare e si assopisce.

Ma un ricordo all’improvviso lo desta: il giorno del suo matrimonio. Quel giorno non aveva quasi toccato cibo durante il pranzo di nozze, per l’emozione. Fatto davvero insolito perché a lui era sempre piaciuto molto mangiare, eccome. Soprattutto la pasta, bellissimi piatti di pasta fumante e profumata di sugo e di formaggio. Adesso lo nutrono da giorni con la flebo piena di un liquido color giallo sporco così poco invitante. Il dolore del corpo e l’angoscia dell’anima lo abbattono.

Ormai non riesce quasi più a parlare perché il tumore ha aggredito anche le corde vocali. E pensare che il suo mestiere era  parlare, per insegnare.

Quante cose ha detto e di quante cose ha parlato nella sua vita: Euripide, Sofocle, Medea, la Roma  la sua squadra del cuore. Tutto sembra così lontano e allora scaccia il ricordo perché ricordare accresce il dolore. E intanto il giorno muore lentamente monotono intessuto dei rituali ospedalieri.

Ad un certo punto è ormai quasi buio la moglie si alza gli sistema il cuscino, le coperte, parla a bassa voce: “Hai bisogno di qualcosa?” Ma sa già che la morte non ha bisogno di nulla.

Le ore passano lente. Solo tanto silenzio e il suono attutito del traffico lontano che va diminuendo. È ormai ora di cena e i passanti si affrettano per tornare a casa.

La donna abbassa le luci e aspetta che anche quella notte finisca e arrivi la mattina e spera, nonostante l’evidenza, che ci sia ancora un domani, un piccolo scampolo di tempo. Il marito si gira a fatica verso di lei e cerca di parlare e lei accosta il viso, l’orecchio vicino alla bocca per sentire meglio il mormorio. L’uomo in un soffio sussurra: “Meritavo tutto questo?”Lei prende tempo. Quale risposta c’è a questa domanda? È possibile trovare una ragione magari   citando   i motivi reconditi dell’insorgenza del tumore? No, non c’è una risposta capace di quietare l’angoscia e spiegare. Allora si limita a dire: “no, povera creatura, non meritavi tutto questo.”

L’uomo sembra quietarsi e la donna si sistema per la notte, un cuscinetto sotto la testa, la giacca sistemata come una coperta e tutti e due cercano uno scampolo di sonno che lenisca l’angoscia.

Al buio con gli occhi chiusi anche la donna ricorda.

Il marito sapeva raccontare storielle divertenti che anche dopo averle sentite molte volte comunque la facevano sorridere nuovamente. E poi era bravo nel bricolage, forse un po’ pasticcione e disordinato però creativo.

I ricordi vengono su a casaccio, disorganizzati come flash scattati da un fotografo inesperto.

Le discussioni politiche sempre molto animate, i cioccolatini portati in regalo ogni tanto, così senza un vero motivo. Le passeggiate in tarda sera, d’estate ad agosto, in una città ormai deserta e silenziosa, aspettando il fresco della notte per andare a dormire. Certo c’erano state le tempeste e i disaccordi nei molti anni del loro matrimonio ma sembrava non avessero più significato di fronte al pensiero che il tempo futuro sarebbe stato terribilmente vuoto.

Verso mezzanotte l’uomo ha una crisi terribile: ansima, si agita, sembra soffocare. La donna spaventata suona il campanello e arriva un infermiere e poi un altro infermiere e il dottore di guardia che si avvicina al malato, cerca di calmarlo e subito fanno uscire la moglie che resta sola nel corridoio vicino alla porta della camera, in attesa.

I corridoi degli ospedali di notte sono luoghi strani, silenziosi quasi magici.

Di giorno sono percorsi da infermieri affaccendati, medici in camici bianchi svolazzanti che entrano ed escono dalle stanze, parenti che assistono i malati, carrelli del pranzo, lettini cigolanti che portano i degenti nelle sale chirurgiche. E su tutto l’odore di disinfettante.

Di notte tutto è silente.

Le luci sono basse, le stanze appena illuminate dal riverbero che proviene dal corridoio. Anche il passo delle infermiere sembra farsi più leggero. La sofferenza di cui è intrisa l’aria durante il giorno sembra quietarsi.

La donna viene assalita da uno spasimo di angoscia improvviso, una contrazione dell’anima che non trova la via del pianto. Il corpo è teso, rigido, le labbra serrate. Guarda fuori dalle grandi finestre del corridoio giù nel cortile dell’ospedale, vuoto perché ormai è notte fonda e il via vai rumoroso del giorno non c’è più.

E all’improvviso alzando lo sguardo vede la luna: grande, luminosissima, rotonda che si staglia in un cielo limpido e scuro.

Sono ormai giorni che passa le sue giornate e le sue notti in quella stanza senza più nozione del mondo di fuori.

La porta della stanza si apre finalmente ed escono il dottore e i due infermieri con il viso serio, lo sguardo partecipe rivolto verso la donna. La moglie riprende il suo posto di guardiana nell’attesa di ciò che sa inevitabile.

Il malato riposa sotto l’effetto dei calmanti, il respiro fioco.

Anche la donna si assopisce sperando in un oblio impossibile.

Ad un tratto il marito la chiama, lei si alza e si avvicina e l’uomo le cerca la mano, la guarda e chiede in un soffio: “Sto morendo?” La moglie non risponde: quali parole si possono dire ad un uomo che muore? Quali pensieri possono scaturire dal gelo che avvolge la sua mente da giorni nell’attesa del momento in cui tutto sarà concluso.

In silenzio allora va verso la finestra, la spalanca e fuori nel cielo limpido inquadrato dalla grande apertura si vede la luna piena, enorme e lucente. La stanza si illumina di una luce pallida ma serena. Per un attimo quel chiarore rinfresca le loro anime, le quieta, le riposa.

Tutti e due restano in silenzio a lungo e guardano il cielo, forse l’ultimo gesto condiviso tra loro due. Poi la finestra viene chiusa e tutto ritorna indistinto nell’ombra e nel silenzio.

Due giorni dopo la stanza è vuota: il letto è stato rifatto, la colonnina della flebo appoggiata in un angolo, le imposte della finestra chiuse, il comodino vicino al letto sgombro e pulito.

Il cielo è limpido, l’aria tiepida, il vocio del cortile giunge sommesso.

La luna, nascosta nel suo cielo azzurro, attende, per illuminare la notte che verrà e così via, all’infinito.

Sottofondo musicale

 

(In copertina: Black night and full moon)