30 Apr

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Expo Milano 2015: io speriamo che me la cavo

copertina

L’Expo, evento mondiale per il quale l’Italia di sta preparando da un numero imprecisato di anni, mesi, minuti e secondi, aprirà le proprie porte venerdì primo maggio (speriamo). I cantieri sono ben lontani dall’essere chiusi, gli spazi fieristici assomigliano più ad una palude di fanghiglia che al fiore all’occhiello dell’architettura italiana che fa sfoggio dei propri muscoli, gli organizzatori, invece di comprare primule e gerani per abbellire gli spazi verdi dell’area, stanno comprando (come se non ci fosse un domani) teli e teloni di plastica, di ogni colore e dimensione, per occultare agli occhi dei visitatori distratti tutti i work in progress che, di questo passo, rimarranno in progress per molto tempo (e c’è chi pensa non vedranno mai la conclusione). Siamo italiani, noi facciamo le cose all’ultimo secondo, cercando di completarle alla bene meglio, con il dispiego quasi militaresco di commissari straordinari, garanti per la legalità, imprese edili che collezionano straordinari e extraordinari, operai che lavorano neanche dovessero costruire le Piramidi nell’Antico Egitto, nugoli di operatori del settore (architetti, traduttori, designer e chi più ne ha più ne metta) che sgomitano in una corsa contro il tempo che ci auguriamo riescano a vincere.

L’Expo, dunque, deve ancora essere inaugurato e già impazzano su web e testate giornalistiche di calibro nazionale (e ahimè anche internazionale) gli strafalcioni e le sciatterie che tutto il carrozzone dell’Esposizione italiana porta con sé: dalla grammatica alla geografia, passando per qualche inattenzione grafica per finire a offese e recriminazioni tra le regioni. Insomma una bagarre di cose che gettano ombre funeste e creano caos in una manifestazione che non si candida, certo, per essere impeccabile.

Detto questo, signori e signore illustri della giuria, ecco a voi una top five delle “eccellenze italiane” che hanno deciso di spendere le loro energie per Expo:

Al QUINTO posto troviamo il logo che Expo ha commissionato al designer Mendini per rappresentare la Regione Toscana.

UntitledIl Sindaco di Pisa, Marco Filippeschi, offeso per la scelta della Cupola del Brunelleschi e non della torre pendente come monumento simbolo della regione, ha promosso, dati di Google alla mano (la Torre ha 918.000 voci, mentre la Cupola solo 133.000) una petizione per cambiarne la grafica. Il designer si è difeso dalle accuse scaricando ogni colpa sull’ente, quindi sull’Expo. Della serie spariamo sulla Crocerossa. Pare che si sia ancora in tempo per modificare il logo, e il Sindaco ci spera. Altrimenti non resta altro che risolvere la questione sfidandosi a singolar tenzone, da una parte Pisa e dall’altra Expo e che vinca il migliore.

Al QUARTO posto troviamo il nuovo logo dell’Assessorato Infrastrutture e Mobilità della Regione Lombardia: “Lombardia. Voce del verbo lavorare”.

assessorato

In termini di sciatteria e pressappochismo il suddetto logo meriterebbe il primo posto (in questo caso non lo occupa perché al peggio non c’è mai fine). La Regione si vanta di essere la più produttiva e operosa d’Italia, tant’è che le punte meridionali della regione indossano un bel paio di stivali, con tanto di tacco (povera Puglia). Il “simbolo” brandisce cazzuola e progetto arrotolato in mano, alle spalle grattacieli (speriamo finiti e non lasciati a metà), mentre cammina felice calpestando l’erba verde. Sembrerebbe perfetto (vogliate cogliere la sottile ironia) non foss’altro che il designer ha dimenticato di inserire negli stivali la punta est della regione, creando un vero e proprio e(o)orrore grafico dal quale difficilmente noi tutti potremo mai riprenderci.

Al TERZO posto si ripropone la Regione Toscana, vittima indiscussa del bullismo-Expo, che soffre di crisi di identità dopo essere stata geograficamente collocata al posto dell’Emilia Romangna.

toscana

Il capro espiatorio di questo orrore geografico è stato un designer di Eataly, accusato di aver confuso la Toscana con l’Emilia Romagna (come biasimarlo? Sono così uguali e anche così confinanti), contro il quale gli anatemi di Oscar Farinetti si sono abbattuti in tempo record in stile Regina di Cuori (“Tagliategli le testa!”). Quello che fa pensare è, però, il grado di istruzione non solo del povero designer, ma di tutta la filiera, nessuno escluso. Ci sarebbe da fare un discorso sul nostro sistema scolastico, ma a quello ci sta già pensando Renzi, non vorremmo peggiorare ancora di più le cose. Ma questa cartina nasconde ancora un’altra goffaggine: guardatela bene, non notate niente di strano? No? Vi do un aiutino: è stata omessa quella parte di Istria dove si trova Trieste, lasciando il Friuli senza capoluogo, eppure mi sembra che, dopo l’ultima guerra mondiale, fosse stata riconosciuta italiana… o forse mi sbaglio?

Al SECONDO posto troviamo l’eterno problema che affligge gli italiani: le lingue straniere.

but

In vari luoghi di Milano campeggiano i cartelloni pubblicitari che invitano a comprare il proprio biglietto d’ingresso per l’Expo. Come è consuetudine, essendo una manifestazione di calibro internazionale, per renderla comprensibile ai più, viene usato l’inglese come seconda lingua. Non si è fatto i conti, però, con la difficoltà, tutta italiana, di approcciarsi ad una lingua che non sia quella di Dante, quindi, il “buy” (“compra”) diventa un “but” (“ma”). Tutto questo per instillare ancora maggiore confusione ai turisti stranieri che si chiederanno se acquistare o meno il biglietto, dato che anche gli organizzatori dell’evento sono così dubbiosi.

Al PRIMO posto (rullo di tamburi) le versioni straniere del sito Expo2015.org, la finestra di Expo sul resto del mondo che dovrebbe invogliare a partecipare, ad esserci, a capire, si presenta con errori di traduzione da far accapponare la pelle.

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Provate a cambiare la lingua sul sito: non trovare una parola straniera che sia correttamente usata, che non sia “italianizzata” e che non abbia qualche refuso al proprio interno. Sembra che, invece del team di esperti che l’organizzazione si pregia di avere, abbiamo fatto uso del più economico Google Translate, perché, si sa, in tempi di crisi bisogna tagliare dove si può e dove si deve. Avrebbero potuto scegliere un liceo linguistico qualsiasi di Milano e ingaggiare gli studenti (a costo zero) per tradurre i testi del sito: ne sarebbero usciti puliti da ogni punto di vista. Il sito è una torre di Babele nella quale nessuno capisce niente, perfetta fotografia dell’Expo milanese.

Già l’Europa, per non parlare del mondo, guarda all’evento italiano con i dovuti preconcetti, ma noi, e in questo “noi” ci sono i governanti, gli organizzatori e tutto quello che ci gira intorno, perché siamo noi che con i soldi dello Stato (quindi i nostri soldi) abbiamo, e continuiamo, a finanziare tutto il carrozzone che l’esposizione porta con sé, rischiando di confermare i luoghi comuni che vengono attribuiti agli italiani: caciaroni “pizzasolemandolino”, inaffidabili e pressappochisti. E speriamo che il Padiglione Italia venga finito in tempo, altrimenti avremo un paese ospitante che non partecipa all’esposizione: ultima conferma della débâcle italiana.

Della serie: Io speriamo che me la cavo.