05 Nov

Parole, Parole, Parole

Nel silenzio

L'Arrivée_d'un_train_en_gare_de_La_Ciotat

La porta è di un lucore abbagliante. Fa caldo, molto caldo. Per cercare un poco di refrigerio scendo dalla grata metallica della panchina e mi sdraio sul pavimento. È fresco e gradevole. Mi rilasso.

Sono completamente solo quindi posso permettermi cose altrimenti proibite. Se potessi sorriderei, mi limito a sogghignare. Respiro pesantemente, la pancia si alza e si abbassa ritmicamente mentre osservo il biancore della porta a vetri. Fuori il  sole è abbacinante, la calura insopportabile. Per questo sono entrato ben sapendo che la mia presenza non è gradita.

Intorno a me il silenzio è completo, interrotto solo dall’ansare sommesso del mio stesso respiro. Alzo appena gli occhi: la biglietteria è ancora chiusa. Bene. L’impiegato è una persona cortese, ma neppure lui può nulla contro la volontà popolare che mi vorrebbe all’esterno, alle intemperie o sotto i raggi impietosi.

Forse è stato lui a lasciare la porta socchiusa ben sapendo che ogni giorno, alla stessa ora, mi presento regolarmente in stazione.

Chiudo gli occhi e sospiro.

Vorrei addormentarmi, ma devo restare vigile, non si sa mai arrivasse qualcuno. Devo essere veloce a uscire dalla sala d’aspetto. Se fosse meno caldo non mi dispiacerebbe restare sulla banchina. I binari lucenti sono così belli, sembrano   nastri guizzanti  verso l’infinito. Mi piacerebbe  correre lungo  le rotaie verso posti nuovi e misteriosi  dai profumi esotici  e invitanti.

L’aria della stanza ha il rassicurante misto di odori di sempre. L’intonaco leggermente ammuffito, il sentore acuto del  velo di vernice sintetica, il legno  del bancone con il suo miscuglio di inchiostri e denaro,  l’aroma sottile e persistente della polvere annidata  sotto le panchine; il tutto avvolto nel ricordo forte e persistente del sudore dei viaggiatori rimasto imprigionato nelle piccole crepe del muro e negli angoli.

Tutto è così rassicurante, quieto e perenne. Il tempo sembra essersi fermato. Ogni tanto il tremolio di un treno di passaggio, un fischio acuto e l’annuncio di un ritardo. Sospiro di nuovo. Il controllore è in ufficio, ma la biglietteria è sempre chiusa.

L’aria si fa più pesante,  i vetri  della porta rifulgono. È l’apice di un giorno d’agosto come non se ne vedevano da anni.

Mi alzo e cambio posizione. Un altro pezzetto fresco di pavimento mi accoglie e cerco di non pensare all’attesa. Vorrei un po’ di compagnia, mi annoio. So perfettamente quanto devo  aspettare.  Lei scenderà con passo incerto gli scalini metallici del vagone e, prima ancora di rassettarsi i capelli o la borsetta, mi cercherà con quegli occhi grandi e vagamente smarriti.

Lei. Lei che ogni mattina prende il primo treno, quando la bruma è ancora alta e tutto è avvolto dal silenzio dell’ultimo sonno. Una donnina come ce ne sono tante, lo so, ma dal profumo inconfondibile di tè e libri vecchi, di foglie essiccate di alloro e gelsomino. Lei con i grandi cappelli di fragrante paglia e un sorriso speciale solo per me.

Ripenso al nostro primo incontro. Era un giorno come questo e la sete mi stava divorando. Ricordo di aver vagato senza meta nella campagna circostante sino a trovare rifugio sotto la tettoia delle biciclette della stazione. Ero molto giovane e completamente spaesato. Avrei chiesto aiuto, ma non era solo la gola riarsa a impedirmelo.

Mi vide seminascosto fra i raggi delle ruote e mi chiamò con quella voce stridula e acutissima che presto imparai ad amare. Mi offrì dell’acqua continuando a parlare con toni bizzarri sempre più alti e disarmonici. Capii che, come me, era una creatura tradita dal fato. Le feci un cenno inequivocabile di gratitudine e la seguii: da allora siamo sempre rimasti insieme.

La proteggo quando si avventura per il mondo sino al vagone che la porterà al lavoro e la scorto sino a casa ogni giorno. Se potessimo cammineremmo mano nella mano.

Un cicalino interrompe i ricordi. L’annuncio tanto atteso.

Mi alzo, mi stiracchio e trotterello allegramente fuori dalla porta. Il treno sta arrivando e io sono pronto, come è stato per tanti anni e come sarà sino a che avrò battiti nel cuore. Sospingo la grande porta bianca a vetri e sono inghiottito dalla luce. Per un attimo rimango cieco, ma solo per un breve istante.

Il controllore è  uscito dall’ufficio e sta chiacchierando con un corpulento signore di mezz’età. Si voltano a osservarmi. Lui mi sorride, poi, continuando a guardarmi, dice qualcosa al tipo grassoccio che, a sua volta, accenna un sorriso.

Li ignoro, non posso distrarmi dal compito di accoglierla, questo è più importante di qualsiasi altra cosa.

Eccola!! Le corro incontro e ci abbracciamo come se non ci vedessimo da anni, quindi ci incamminiamo verso casa.

Un altro giorno è passato. Un altro giorno in cui tutto è andato bene.

“Mi diceva…  E’ sempre così?”

“Sì, una scena che si ripete da anni.”

“Ed è completamente sorda? E lui…”

“Poveretta,  è nata così. Fanno una bella coppia, non trova?”

“Ma pensa! Commovente… Dunque… mi diceva quale treno devo prendere per…?”

So che stanno parlando di noi, ma non me ne curo.  Esistiamo solo noi e il meraviglioso mondo in cui viviamo fatto di  colori, profumi,  sensazioni.  Le lecco affettuosamente una mano e procediamo spediti.

Nel  vialetto,  amici inseparabili, la signora sorda e il cane muto  passeggiano tranquillamente avvolti dal calore dell’estate.

Sottofondo musicale 

(In copertina:Frame dal film “L’arrivée d’un train en gare de La Ciotat” – Fratelli Lumière, 1895)