28 Giu

Parole, Parole, Parole

L’intuizione dei ragni

diego-gabriele-la-ragazza-che-sapeva-di-sigaretta-2

Avevo letto il suo messaggio di fretta. Non era una fretta dovuta al dover rincorrere impegni, era una fretta di quelle da scappare dal male, dal male che mi avrebbe fatto
leggere quelle parole.
“All’inizio di solito c’è una macchia. Pian piano poi si allarga e non c’è smacchiante che la possa lavare via, credimi. Poi c’è un pensiero, ti logora da dentro, ti impiglia i capelli, ti mangia le mani, riempie i tuoi occhi, fino a farli esplodere. All’inizio c’è una macchia sì. Poi questa macchia chiama altre macchie e così ti si riempirà la faccia sai?! Quasi fossi un bel giaguaro, quasi avessi anche il morbillo, quasi avessi una malattia, quasi avessi un morbo, ma non della pelle però. Sono macchie, punto e basta. Non le togli dammi retta. Perdonami ma stasera non esco, almeno credo. Forse non mangerò neanche, almeno non con te. Questo è certo. Stasera ho le occhiaie e me le tengo.”
Ecco, questo era quanto.
Era luglio.
Uscii lo stesso, facendo le stesse identiche cose che avevo immaginato di fare con lei.
Andai a cena in quel posto dove facevano le polpette al sugo che le piacciono tanto; avevo prenotato il tavolo sotto l’enorme ficus all’angolo del piazzale dove quel minuscolo ristorantino lasciava i tavoli nella bella stagione. Feci stappare una bottiglia ghiacciata di chardonnay, a lei piaceva quello, io avrei preferito altro, ma quella era una serata completamente dedicata a lei. Durante la cena scrissi un bigliettino strappando un pezzo di tovaglia di carta che utilizzavano in quel posto.
Era tipo carta riciclata, di quella marrone, dura. Al tatto mi ricordò la carta con la quale avvolgeva il pane il fornaio del mio paese quando ero piccolo; mi vennero in mente i nonni e molte altre cose malinconiche… come se già non bastasse.
“Il tempo è soltanto qualcosa che passa. Noi non siamo il tempo vero?”.
Il bigliettino glielo nascosti sotto il bicchiere della Duralex, di quelli da osteria; non avrebbe potuto non vederlo. Dopo cena passeggiai lungo il fiume, fermandomi ad ogni santo bar sull’argine sotto monte. Volevo farle passare una serata divertente, dopo quello che le era successo, ma forse il bere non sarebbe stata la chiave di volta.
Me ne accorsi sulla mia pelle.
Se fosse vera la teoria cristiana sul fatto che dio abbia inventato il pianeta, sinceramente proprio non riesco a capire cosa cazzo gli possa essere successo di così triste da poter fargli inventare l’alcool. Cosa voleva dimenticare? Da cosa stava cercando di scappare? Che poi fondamentalmente avrebbe potuto impegnarsi di più, avrebbe dovuto davvero dargli la proprietà di far dimenticare e non quella di regalare una visione distorta del mondo, così carica d’ebbrezza e di orizzonti mobili, dove tutto diventa possibile; almeno quando si è nel mondo vissuto con gli altri,
perché poi quando si ritorna a casa e ci si ritrova da soli… beh in quel momento l’alcool è la cosa che più ti spara in faccia la realtà, proprio così com’è.
Allora lo feci, purtroppo, anche se mi ero ripromesso di non farlo.
Tornai a casa e le scrissi una e-mail, maledetto me.
“Cammini veloce. Sotto i lampioni. La tua ombra prima ti sta dietro poi pian piano, grazie alla logica della luce che attraversi, ti arriva a fianco e poi ti precede. Ed è così ad ogni santo cazzo di lampione. Pensi sia dovuto dall’alcol. Pensi. E così i pensieri. I pensieri prima arrivano da dietro e poi, poi, ti precedono. Veggente? No.
Vodka, e birra subito dopo. Come se non avessi mai bevuto. Coglione. Vorrei soltanto avere delle ragnatele nella testa. Come quelle che al mattino vedo attraversando il ponte. Quelle linee matematicamente e fisicamente perfette che congiungono le ferrose ringhiere del passaggio pedonale. Sono le case di centinaia di ragni; sono trappole per moscerini e quanto altro. Il vento che arriva da nord si incanala nel letto del fiume, portando con se tutti quegli insetti ultraleggeri che non sanno affatto che quel ponte sarà la loro fine. Le vedi lì, contro luce, tutte queste ragnatele maculate a punti neri. È solo cibo per ragni si potrebbe pensare, ma invece no… è l’esempio di un’intelligenza eccezionale, quella dettata dall’istinto, dalla natura, dalla sopravvivenza. Ecco, per questo vorrei ragnatele nella testa, messe lì sul ponte dove passa il fiume dei pensieri brutti, in modo da poterli catturare e da
non mandarli avanti. Vorrei anch’io l’intuizione dei ragni”.

Colonna sonora

(In copertina: Diego Maria Gabriele – La ragazza che sapeva di sigaretta (particolare) – 2013)